Premio Volponi quando la letteratura è di casa nelle Marche

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4 dicembre 2017turismomarche

Quando si parla di letteratura e la si associa alla regione marchigiana vengono immediatamente in mente i versi di Giacomo Leopardi. L’Infinito patrimonio di Recanati, dell’Umanità e della Letteratura mondiale ma ancora oggi le Marche offrono un fantastico binomio per l’ispirazione e la ricerca della Bellezza in versi.

Questa volta vorremmo proporvi un breve tour letterario raccontandovi Paolo Volponi celebre poeta marchigiano, nato ad Urbino nel 1924 e scomparso nel 1994 ad Ancona.

La sua storia parla di un costante impegno nella società dell’epoca: dall’attività letteraria a quella politica. Celebre per i suoi scritti poetici, tra i quali ricordiamo Le porte dell’Appennino del 1955 nei quali Volponi tratta dei suoi dubbi sul “partire” o “restare” dalla sua Urbino dove ha sempre conservato una dimora. Negli anni a seguire, nel 1965, la sua attività letteraria lo portò a vincere l’ambito premio Strega con il romanzo La macchina mondiale, di sconcertante attualità.

Sue sono anche i romanzi: Corporale del 1974, Il sipario ducale del 1975, Il pianeta irritabile del 1978, Il lanciatore di giavellotto del 1981, Le mosche del capitale del 1989, La strada per Roma del 1991 oltre che le numerosissime opere poetiche. A lui sono intitolate le aule dell’Università di Urbino e a lui è intitolato un premio che è stato consegnato il fine settimana scorso a Porto San Giorgio al libro Borgo Vecchio di Giosuè Calaciura.

Grazie al Circolo di Confusione Fermo e Porto San Giorgio e a numerosi patner nazionali, tra cui Radio 3, si è svolta la rassegna del Premio Volponi che, alla sua XIVesima edizione, da qualche settimana a questa parte ha attraversato in modo itinerante la provincia di Fermo. Un evento che celebra la figura del poeta marchigiano proprio attraverso una delle caratteristiche che hanno contraddistinto la sua figura: l’impegno civile. Infatti, oltre ad esser stato un importante letterario, Volponi, si impegnò nella vita politica del nostro paese partecipando alla Resistenza e successivamente rivestendo incarichi parlamentari.

Le Marche sono tornate ad essere luogo di ospitalità e di interesse per gli esperti di letteratura italiana in particolar modo contemporanea. All’interno della suggestiva cornice del Teatro Comunale di Porto San Giorgio, sono stati letti alcuni passaggi delle opere di Volponi e hanno sfilato i grandi nomi della cultura: la fotografa Letizia Battaglia è stata omaggiata con il premio “Mario Dondero” altra figura dell’eccellenza marchigiana, Athos Zonzini con il riconoscimento Opera per il suo Orfanzia. Il premio Volponi, invece, è stato dato a Borgo Vecchio di Giosuè Calaciura un bellissimo romanzo da leggere che narra le vicende di un piccolo quartiere di Palermo nella sue contraddizioni di violenza e bellezza.

 

 

Concludiamo questo brevissimo tour, tornando nel passato, con la celebre opera di Paolo Volponi L’Appennino contadino un poemetto che dipinge la realtà del mondo contadino che si vede sottrarre terreno dallo sviluppo industriale del dopoguerra. Il luogo contadino è il “destino naturale” secondo l’autore, una fantastica definizione che rappresenta ancora le Marche come territorio che intreccia da nord a sud la sua tradizione ad un luogo ospitale dove rigenerarsi. Perché è proprio in questi luoghi che l’uomo ha saputo trovare l’equilibrio tra le proprie abitudini e la Natura.

 

Domani è già marzo e la strada
scopre tra i frutteti il petto della contrada.
A marzo il contadino
riordina gli attrezzi e libera i confini.
A marzo i contadini
scendono verso i paesi;
si fermano nelle piazze mercatali
davanti alle osterie, ai forni, ai falegnami
che odorano sotto i portali di pietra fiorita,
davanti ai negozi di ferramenta,
davanti a tutti gli spacci
con un sentore d’acqua muffita.
I vecchi si fermano alle porte;
i giovani salgono le vie cittadine.
Ormai li mischia aprile,
mese senza paura,
e salgono insieme i mezzadri e i garzoni,
i mietitori, i braccianti, i legnaioli,
i muratori di campagna, gli innestatori,
gli scavatori di pozzi e di vigna,
i cercatori d’acqua e i cacciatori.
Il giorno nella città non ho paura,
stretto tra le mura è sempre luminoso,
e sempre vive di qualche cosa, ora per ora;
preso alla mattina presto nei mercati,
nella profonda luce che rispecchiano
le facciate nobiliari o i porticati;
guidato per le vie al suono del selciati
sino ai vertici gentili dei rioni;
alzato a mezzogiorno in fronte alle chiese
su tutte le piazze, una sopra l’altra,
di mattone o di pietra,
non è vinto dalla foglia incerta,
non predato dalle fratte di spini,
non morto nella morte degli insetti;
non arato, seminato, sarchiato,
faticato ora per ora,
dalla mattina alla sera.
Il giorno gira nella città il suo dolce sole,
muove il ventaglio alto delle nubi,
e chiama dal mare l’amorosa luce serale
che si stende su tutte le terrazze,
sui giardini pensili, sull’arcate
dalle quali soffia l’Appennino.
Si congiunge alla notte per le strade,
quando vicino s’odono risate di ragazze
verso i torrioni e voci da tutti i portoni.

Paolo Volponi.

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